Nessun legame tra vitamina D e calcoli renali

Alti livelli sierici di 25-idrossivitamina D non aumentano il rischio di calcoli renali. Ecco le chiare e telegrafiche conclusioni di uno studio pubblicato sull’American journal of public health coordinato dai ricercatori del Department of family and preventive medicine dell’università di San Diego a La Jolla, in California. «L’aumento dei livelli di vitamina D può prevenire una vasta gamma di malattie, ma alcuni studi suggeriscono che l’aggiunta alla dieta di vitamine del gruppo D, attivate per doppia idrossilazione a calcitriolo, potrebbe aumentare il rischio di calcoli renali» esordisceCedric Garland, professore di medicina preventiva e familiare a La Jolla. Per dirla in altri termini, diversi studi indicano che il rischio di sviluppare una vasta gamma di malattie tra cui cancro al seno, cancro del colon-retto, sclerosi multipla e diabete di tipo 1 si riduce in presenza di livelli sierici di 25-idrossivitamina D tra 40 e 60 nanogrammi per millilitro (ng/ml), peraltro difficili da raggiungere senza un’adeguata supplementazione dietetica. «GrassrootsHealth, un’organizzazione senza scopo di lucro che gestisce interventi di salute pubblica di grandi dimensioni ha assemblato un database che include informazioni su livelli ematici di vitamina D, caratteristiche demografiche e stato di salute di 5.552 soggetti che assumono supplementi giornalieri medi pari a 3.600 unità internazionali di vitamina D, mantenendo livelli sierici compresi tra 20 e 100 ng/ml, con una media di 45, superiori quindi a quelli della maggior parte degli individui» spiega Garland, che per il suo studio ha selezionato da questa coorte 2.012 soggetti seguendoli in modo prospettico per circa 19 mesi. «Tredici partecipanti hanno sviluppato calcoli renali durante il follow-up, e un’analisi di regressione logistica multivariata è stata usata per valutare l’associazione tra valori di vitamina D e calcoli renali» sottolinea il ricercatore. Ma nessun legame è emerso tra 25-idrossivitamina D e calcolosi renale, che invece ben si correlava con l’indice di massa corporea, l’età avanzata e il sesso maschile. 

Am J Public Health. Published online ahead of print October 17, 2013:e1–e5. DOI:10.2105/AJPH.2013.301368

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Il sistema sanitario per i veterani amplia il ricorso alla mammografia

 

Importanza Le donne sono sempre più numerose all’interno dell’Amministrazione sanitaria per i veterani (Veterans Health Administration). Nel 2008 abbiamo apportato delle modifiche programmatiche per ampliare il ricorso alla mammografia, sviluppare risorse interne per il trattamento del tumore al seno e coordinare meglio i servizi sanitari erogati dalle strutture non inserite nel sistema VA (Veterans Affairs).

Obiettivo Determinare se le modifiche programmatiche hanno aumentato il numero delle pazienti, diminuito il tempo per l’erogazione del trattamento definitivo e incrementato il tasso di interventi conservativi della mammella (BCT).

Progettazione, impostazione e partecipanti Abbiamo eseguito uno studio di coorte retrospettivo di tutti i casi di tumore al seno gestiti dal 1° gennaio 2000 al 31 maggio 2012 presso il Baltimore VA Medical Center.

Outcome principali e misure Abbiamo quindi confrontato le metriche dei processi sanitari adottate prima e dopo il 2008, quando sono state implementate le modifiche programmatiche. Le metriche in oggetto includevano il numero di mammografie eseguite ogni anno, la maggiore presenza di donne veterane, l’intervallo trascorso dall’indagine clinica alla diagnosi del tessuto al trattamento definitivo e il tasso degli interventi BCT.

Risultati Dal 2000 al 2012 sono state eseguite 7.355 mammografie e 76 pazienti sono state sottoposte a trattamento per tumore al seno. La maggior parte delle mammografie (n=6.720) è stata eseguita dopo il 2008. Dopo il 2008, sono state eseguite una media di 1.453 mammografie (differenza interquartile [IQR] 592-1.458) e 633 pazienti sono state sottoposte al trattamento del tumore, con un aumento del 1.200% e del 49%, rispettivamente, rispetto al periodo compreso tra il 2000 e il 2007. La maggior parte delle pazienti (86,7%) è stata sottoposta a screening e imaging diagnostico, a biopsia e a intervento chirurgico in strutture sanitarie diverse. L’intervallo tra lo screening mammografico iniziale e la diagnosi del tessuto è stato di 34 giorni (IQR 20-52), senza differenze significative tra gli intervalli dello studio (P=0,18). Il tempo intercorso tra la diagnosi del tessuto e l’inizio del trattamento definitivo è aumentato, passando da 33 giorni (IQR 26-51) a 51 giorni (IQR 36-75) (P=0,03) tra il 2008 e il 2012. Trentatré pazienti idonee si sono sottoposte all’intervento BCT (67,3%), mentre 16 pazienti (32,7%) sono state sottoposte a mastectomia.

Conclusioni e rilevanza Il nostro istituto ha ampliato rapidamente e con successo il ricorso alla mammografia. I volumi più alti della mammografia sono stati associati a un maggiore utilizzo dei servizi sanitari per la cura del seno non erogati dal sistema VA e hanno aumentato il tempo per il trattamento definitivo. Una consulenza adeguata in merito all’intervento BCT è stata documentata in modo uniforme e il ricorso alla mastectomia per le pazienti idonee agli interventi BCT è stato largamente determinato dalla preferenza della paziente o da fattori clinici e sociali. I nostri dati suggeriscono che, con il maggiore ricorso allo screening intensificato, le strutture ospedaliere del sistema VA potrebbero beneficiare dall’adozione di servizi interni per il trattamento del tumore al seno piuttosto che incrementare il passaggio delle pazienti da strutture del sistema VA a centri specialistici non appartenenti al sistema VA che dispongono di risorse specializzate.

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Due anni fa il primo intervento in Italia, eseguito proprio al Policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma che oggi è il centro che ne ha eseguite di più in Europa: si chiama POEM

Due anni fa il primo intervento in Italia, eseguito proprio al Policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma che oggi è il centro che ne ha eseguite di più in Europa: si chiama POEM (Miotomia Esofagea Transorale – Per-Oral Endoscopic Myotomy, è un intervento non invasivo per il trattamento dell’acalasia, e secondo i dati presentati nell’ambito del congresso internazionale “EndoLive Roma 2013” è efficace nel  96% dei pazienti trattati, con significativa riduzione della sintomatologia e sicura al punto da essere impiegata anche in pazienti pediatrici. Durante l’evento nella capitale, che ha visto riuniti i maggiori esperti internazionali di endoscopia digestiva diagnostica e terapeutica e che era promosso dall’European Endoscopy Training Center dell’Università Cattolica, due di queste procedure sono state eseguite in diretta video.

 

L’acalasia è una malattia caratterizzata dalla perdita progressiva della peristalsi esofagea dovuta a un anomalo funzionamento dello sfintere esofageo inferiore il cui ruolo fisiologico è quello di impedire il reflusso del contenuto gastrico nell’esofago: con la metodica POEM, l’intervento per risolvere il problema è effettuato in endoscopia e consiste nella incisione delle sole fibre muscolari passando attraverso la bocca, mediante il gastroscopio, non toccando dunque la pancia, né facendo altri buchi sull’addome.

 Acalasia. La metodica POEM efficace nel 96% dei casi

 

Presentati durante EndoLive Roma 2013, al cospetto dei maggiori esperti internazionali di endoscopia digestiva, i risultati dello studio condotto da specialisti del Gemelli: il 96% dei pazienti sono guariti o migliorati nettamente, senza complicanze, grazie all’intervento di miotomia esofagea transorale.

Secondo i dati presentati a Roma, dal 2011 ad aprile 2013, 67 pazienti affetti da acalasia sono stati sottoposti a Miotomia Esofagea Transorale dall’équipe di Guido Costamagna, direttore dell’Unità Operativa di Endoscopia Digestiva Chirurgica del Gemelli. Tredici pazienti erano già stati sottoposti ad altri trattamenti senza ottenere benefici duraturi e accusavano disfagia e rigurgiti, occasionale dolore retrosternale e calo ponderale.  La procedura di Miotomia Esofagea Transorale è stata completata con successo nella maggioranza dei pazienti (63/67). Dei 63 pazienti sottoposti a POEM,  53 hanno completato la visita di controllo a 3 mesi.  “La procedura è stata clinicamente efficace nel 96% dei 53 pazienti con follow-up superiore a 3 mesi con scomparsa completa o netto miglioramento della malattia e non si sono verificate significative complicanze nel corso dell’intervento né successivamente”, ha spiegato Costamagna stesso, che è anche direttore dell’European Endoscopy Training Center del Policlinico Gemelli.

“La procedura POEM – ha proseguito Pietro Familiari dell’Unità di Endoscopia Digestiva Chirurgica del Policlinico Gemelli – si è dimostrata sicura anche per il trattamento di pazienti pediatrici. Infatti  tre bambine, una di 11 anni e due di 9 anni, sono state trattate con successo. Due delle bambine accusavano disfagia e rigurgiti, una soprattutto disturbi respiratori e asma. L’intervento è stato di brevissima durata, un’ora circa, e la degenza dopo l’intervento è stata esente da complicanze in tutti e tre i casi. Le bambine hanno ripreso una normale alimentazione  dopo alcuni giorni, senza problemi. Due delle bambine sono state trattate oltre 12 mesi fa e, alla visita di controllo, si è riscontrata una completa remissione della disfagia”.

Nel corso di EndoLive Roma 2013 è stato inoltre presentato anche uno studio di confronto per valutare l’efficacia di POEM rispetto ad altri trattamenti per la cura dell’acalasia. “Un’altra procedura endoscopica ben conosciuta per il trattamento dell’acalasia è la dilatazione pneumatica del cardias”, ha concluso Familiari. “Per confrontare l’efficacia della Miotomia Esofagea Transorale è attualmente in corso presso il Policlinico Gemelli uno studio randomizzato e controllato multicentrico, svolto in collaborazione con l’ Academisch Medisch Centrum di Amsterdam, il Northwestern Memorial Hospital di Chicago, e l’Evangelisches Krankenhaus di Duesseldorf”, mentre altri studi sulla POEM sono in corso di definizione e approvazione presso il Comitato Etico della nostra Università”.

 

JAMA Intern Med. 2013;

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Se il glucosio sale l’esercizio non serve

Il miglioramento della glicemia indotto dall’esercizio fisico dipende dai livelli di glucosio prima dell’allenamento. «Quindi, anche se un’attività aerobica moderata può migliorare il controllo glicemico, gli individui con un’iperglicemia di base hanno maggiori probabilità di non trarre benefici dall’attività fisica» spiega Thomas Solomon, ricercatore all’Università di Copenhagen, in Danimarca, e primo autore di una lettera di ricerca appena pubblicata su Jama Internal Medicine. «L’esercizio fisico fa sempre più parte integrante dei protocolli di trattamento del diabete mellito, in quanto oltre ai noti benefici cardiovascolari, può migliorare la glicemia attraverso una maggiore sensibilità dei tessuti all’insulina» riprende il ricercatore. Studi clinici randomizzati dimostrano effettivamente che l’esercizio fisico aerobico migliora il controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2, specie in quelli con una storia di malattia più breve, anche se con una grande variabilità individuale. «Ciò può essere spiegato da un lato con la variabilità genetica, e dall’altro considerando il possibile ruolo svolto dall’iperglicemia e dal funzionamento delle beta-cellule pancreatiche» precisa Solomon, che per approfondire l’argomento ha verificato, assieme ai colleghi della Cleveland Clinic e dell’ Università dell’Illinois a Chicago, se i cambiamenti nel controllo glicemico dopo 12-16 settimane di esercizio fisico aerobico fossero influenzati dallo stato glicemico pre-allenamento in 105 soggetti con alterata tolleranza al glucosio o con diabete  conclamato. «Dai nostri dati risulta che l’iperglicemia pre-training è un fattore predittivo del miglioramento indotto dall’esercizio fisico nel controllo glicemico: per ogni aumento di un punto oltre il 6,2 per cento nei valori di HbA1c misurati prima dell’esercizio si prevede un mancato miglioramento dello 0,2 per cento nell’HbA1c dopo attività fisica. «Ulteriori studi sono necessari per comprendere a fondo il fenomeno, anche se un deficit della funzione beta-cellulare gioca probabilmente un ruolo importante» conclude Solomon.

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Fumo e rischio cardiovascolare

Smettere di fumare abbassa il rischio di malattia coronarica nelle donne in postmenopausa, anche se l’eventuale aumento di peso può aumentare il rischio di diabete annacquando i benefici dell’astensione dal tabacco. Parola di Juhua Luo, ricercatrice dell’Indiana University School of Public Health e prima autrice di una lettera di ricerca pubblicata su Jama. «Il fumo è una causa importante di malattia cardiovascolare, e smetterlo ne riduce il rischio. Tuttavia, l’aumento di peso dopo la cessazione può alterare il metabolismo glucidico annullando o riducendo il vantaggio cardiovascolare derivato dall’aver sospeso le sigarette» spiega la ricercatrice. Alcuni studi indicano che l’associazione tra cessazione del tabacco e riduzione del rischio di eventi cardiovascolari non viene influenzata dall’aumento di peso nei non diabetici. Mancano invece dati sui pazienti diabetici, specie quelli con malattia coronarica (Chd).Per approfondire la questione Luo e colleghi hanno usato i dati della Women Health Iniziative, uno studio osservazionale lanciato nel 1991 che ha coinvolto 161.808 donne in postmenopausa,  valutando le correlazioni tra cessazione del fumo, aumento di peso e rischio di Chd con e senza diabete. «Le donne senza neoplasie o malattie cardiovascolari all’inizio dello studio sono state seguite fino alla diagnosi di Chd, alla data di morte, alla sospensione del follow-up, o al 30 settembre 2010, a seconda di quale tra questi eventi si verificava prima» spiega Luo. Delle oltre centomila partecipanti, 3.381 hanno sviluppato con il tempo una malattia coronarica, e i ricercatori hanno scoperto che la cessazione del fumo si associa a un rischio minore di Chd sia in presenza sia in assenza di diabete. «Va comunque sottolineato che l’aumento di peso spesso indotto dal cessare il fumo indebolisce il legame, specie nelle diabetiche che hanno preso 5 chili o più» dice la ricercatrice. E conclude: «Dato che allo studio hanno partecipato solo donne in postmenopausa, potrebbero servire ulteriori ricerche per definire meglio i legami tra fumo, peso, diabete e Chd».

 

Jama July 3, 2013 Volume 310, Number 1 pag 94-96

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Allattamento artificiale chiude il piloro

Allattare con il biberon aumenta il rischio di stenosi pilorica ipertrofica (Hps) del neonato, specie nelle pluripare attempate. Parola di Jarod McAteer, chirurgo pediatra all’Ospedale dei bambini di Seattle, stato di Washington, e coautore di uno studio su Jama Pediatrics. «La stenosi ipertrofica del piloro è un ispessimento del suo strato muscolare liscio, che si manifesta nelle prime settimane di vita. Ne deriva un’ostruzione gastrica a monte, da trattare chirurgicamente con un intervento detto di piloromiotomia» spiega il chirurgo. Con un’incidenza di circa 2 casi per mille, la sua eziologia resta sconosciuta e anche se la maggior parte dei casi sono sporadici, la malattia tende a raggrupparsi in cluster familiari. «Per la sua comparsa quasi esclusiva entro i primi 2 mesi di vita l’esposizione ambientale è stata tra le prime ipotesi eziologiche, e studi recenti indicano che l’allattamento con il biberon potrebbe essere associato all’Hps. Da questi presupposti sono partiti i ricercatori di Seattle, che hanno organizzato uno studio caso-controllo sui nati nello stato di Washington dal primo gennaio 2003 al 31 dicembre 2009 utilizzando i certificati di nascita incrociati ai dati di dimissione ospedaliera. «Sono stati inclusi i bambini figli unici nati nell’intervallo di studio e successivamente ricoverati con un codice diagnostico per Hps oppure con un codice di procedura per piloromiotomia. I controlli sono stati scelti a caso tra i figli unici senza Hps, abbinati ai casi per anno di nascita» riprende McAteer. I dati raccolti confermano l’ipotesi: l’allattamento artificiale aumenta effettivamente il rischio di Hps, senza differenze per il sesso del neonato, ma in modo direttamente dipendente dall’età materna. In altre parole, più la madre è anziana, più il rischio aumenta. «I nostri risultati confermano il legame tra Hps e alimentazione, sottolineando l’effetto protettivo dell’allattamento al seno. Servono però studi di conferma che approfondiscano i meccanismi causali, inclusi eventuali effetti ormonali, alla base dell’associazione tra biberon e Hps» conclude il chirurgo.

JAMA Pediatr. Published online October 21, 2013

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Il testosterone aumenta il rischio cardiovascolare

Secondo uno studio pubblicato su Jama, negli uomini con bassi livelli di testosterone la terapia aggiuntiva con l’ormone aumenta il rischio di morte, infarto miocardico o ictus ischemico. «Nell’ultimo decennio le terapie a base di testosterone sono più che quintuplicate negli Stati Uniti, raggiungendo i 5,3 milioni di prescrizioni con un mercato di 1,6 miliardi di dollari nel 2011» esordisce Rebecca Vigen, ricercatrice del Southwestern Medical Center a Dallas, Texas, ricordando che le attuali linee guida raccomandano la terapia ormonale nei pazienti con deficit sintomatico. «Oltre a migliorare la funzione sessuale e la densità minerale ossea, la massa magra e la forza muscolare, il trattamento con testosterone migliora il profilo lipidico e la resistenza all’insulina» riprende Vigen. Ma un recente studio clinico sugli effetti del testosterone negli uomini con elevata prevalenza di malattie del cuore o dei vasi è stato interrotto a causa di eventi avversi cardiovascolari, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza del trattamento ormonale. Così i ricercatori nordamericani hanno verificato non solo l’associazione tra terapia testosteronica e mortalità per qualsiasi causa, ictus o infarto del miocardio, ma anche se l’eventuale legame veniva modificato da una sottostante malattia coronarica. Lo studio ha coinvolto 8.709 uomini con bassi livelli di testosterone (<300 ng/dl) sottoposti ad angiografia coronarica tra il 2005 e il 2011, 1.223 dei quali hanno iniziato la terapia con testosterone dopo l’esame. E nel follow up, durato in media due anni, i pazienti colpiti da eventi cardiovascolari sono stati il 19,9% nel gruppo senza testosterone e il 25,7% nel gruppo in trattamento con l’ormone. «L’uso della terapia con testosterone si associa a eventi cardiovascolari in tutti i pazienti, con o senza coronaropatia in modo indipendente da eventuali fattori di rischio, dato che entrambi i gruppi avevano valori simili di pressione arteriosa e lipoproteine a bassa densità e usavano i medesimi farmaci» conclude Vigen. E in un editoriale di commento Anne Cappola, dell’Università di Pennsylvania a Philadelphia, osserva: «Dato il volume di prescrizioni e il marketing aggressivo da parte dei produttori, medici e pazienti devono essere cauti a usare il testosterone. Lo studio dà un segnale forte in questo senso, aprendo la strada a ulteriori indagini sulla sicurezza di questa terapia ormonale».

JAMA. 2013 Nov 6;310(17):1829-36.

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Crolla il mito dei grassi saturi

Grassi saturi? Niente paura. Il burro, il formaggio e, perché no, anche la carne rossa non sono poi così dannosi per il cuore. Però serve da subito un distinguo: i grassi saturi non sono i grassi trans, quelli che si ottengono aggiungendo idrogeno all’olio vegetale per non farlo irrancidire, prolungando la durata dei prodotti. I grassi trans, quelli dei fast food, della margarina, di patatine, crackers e biscotti, non solo hanno effetto ossidante alimentando i processi infiammatori e degenerativi, ma accrescono il rischio di malattie cardiache aumentando il colesterolo cattivo (Ldl) e riducendo quello buono (Hdl). «Ma i grassi saturi sono un’altra storia» spiega dalle pagine del British Medical Journal Aseem Malhotra, cardiologo del Croydon University Hospital di Londra. «Il mantra che debbano essere rimossi dalla dieta per ridurre le malattie cardiovascolari ha dominato consigli dietetici e linee guida per quattro decenni. Ma l’ossessione del colesterolo, che ha portato a prescrivere statine a milioni di persone, ha distolto l’attenzione dai veri responsabili della dislipidemia aterogenica» continua il ricercatore britannico, spiegando che la demonizzazione dei grassi saturi risale al 1970, con la pubblicazione dello studio Seven Countries di Ancel Keys, dell’Università del Minnesota. 
In quello studio, Keys esaminò per cinque anni la dieta di 12.000 residenti in Finlandia, Grecia, Italia, Giappone, Jugoslavia, Olanda e Stati Uniti, concludendo che l’olio di oliva, povero di grassi saturi, riduceva il colesterolo. «Gli acidi grassi saturi, sono loro che lo aumentano» scriveva Keys. «Ma un legame tra due fatti non è causalità, anche se da allora si consiglia di abbassare i grassi al 30% dell’energia totale e quelli saturi al 10» obietta il cardiologo. Peccato che ridurre i grassi saturi sembra tagliare solo la frazione A del colesterolo Ldl, fatta di particelle grandi, mentre la responsabile dell’aterosclerosi accelerata sembra la quota Ldl-B: particelle piccole, dense e sensibili ai carboidrati. «Negli ultimi 30 anni negli Stati Uniti la quota di energia da grassi consumati è scesa dal 40 al 30%, ma l’obesità è aumentata» puntualizza Malhotra. La spiegazione secondo l’autore è che senza grassi il sapore del cibo peggiora, e l’industria alimentare lo “aggiusta” con lo zucchero, che predispone alla sindrome metabolica, un mix di ipertensione, disglicemia, aumento dei trigliceridi, bassi livelli di colesterolo Hdl e incremento del girovita. E nel 75% dei casi il colesterolo totale è normale. Ma se i grassi saturi non sono poi così dannosi, cosa c’è dietro ai 4 milioni di europei morti ogni anno per malattie cardiache? Per esempio, il rischio di malattia coronarica cala di pari passo all’assunzione di frutta e verdura, eppure solo pochi la consumano almeno tre o più volte al giorno. Il pesce abbassa il rischio di malattia coronarica, eppure il consumo di pesce è lontano dalle dosi settimanali raccomandate. Le fibre alimentari riducono la mortalità coronarica, eppure la dose media di fibre alimentari consumate non supera i 13-14 grammi giornalieri, neppure vicino all’obiettivo minimo di 18. Il rischio di malattia cardiaca cala mangiando noci una volta a settimana, eppure pochi lo fanno. E i cereali integrali? Spesso non si arriva a 16 grammi al giorno, mentre due porzioni giornaliere riducono del 26% il rischio coronarico. E ultimo, ma non certo per importanza, l’esercizio: nonostante i suoi ben noti benefici solo 2 persone su 10 lo praticano tre volte a settimana, il minimo consigliato. «È tempo di sfatare il mito dei grassi saturi nella malattia cardiaca, lottando contro i veri responsabili» conclude il cardiologo.

BMJ 2013; 347

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Aggressività del cancro prostatico, nuovo test genetico predittivo

Un test genetico in grado di predire l’aggressività di un cancro della prostata ed evitare interventi chirurgici non necessari. Lo ha sviluppato un’azienda Usa e i primi dati clinici, presentati alla conferenza 2013 del National cancer research institute britannico, sono promettenti. «Abbiamo sviluppato una firma di espressione composta da 31 geni di progressione del ciclo cellulare (Ccp)» ha spiegato Dan Berney, della Queen Mary University of London, primo autore della ricerca. Dalla media di tali geni è stato ricavato uno score Ccp, testato al momento della diagnosi in due coorti gestite in modo conservativo (n=337 e 349), in altre due dopo prostatectomia radicale (n=366 e 413) e in un’altra dopo radioterapia (n=141). «Il test è risultato altamente predittivo riguardo all’outcome del cancro prostatico nelle diverse coorti e nei differenti setting clinici» ha sottolineato Berney. «Se i risultati verranno confermati, sarà possibile valutare ciò che oggi è impossibile sapere» commenta Giuseppe Martorana, presidente della Società italiana di urologia (Siu) e direttore dell’Urologia Sant’Orsola Malpighi di Bologna, annunciando che «a breve sarà avviata una multicentrica europea alla quale parteciperanno vari centri italiani». Da tempo è noto che esistono tumori della prostata indolenti, ricorda Martorana, in quanto se ne riscontrano molti in sede autoptica (in maggior misura con l’aumentare dell’età) in persone decedute per altre cause e che non hanno mai avuto segni o sintomi correlabili al cancro. «Negli ultimi 20 anni si è imposto il Psa, marker che in caso di variazioni induce ad approfondimenti e alla biopsia che, se positiva, “costringe” a effettuare un trattamento».  Negli ultimi anni però, è stato sviluppato un protocollo di sorveglianza attiva – sottolinea Martorana, uno dei principali fautori – che prevede, alla diagnosi, la stratificazione dei pazienti per classi di rischio sulla base di alcuni indicatori. Se il rischio è molto basso i pazienti non sono sottoposti a trattamento ma seguiti con molta attenzione. «Ora sappiamo che il 50% di questi soggetti a 7 anni non è stato operato» afferma il presidente Siu. «Si tratta però di un modo indiretto di sapere che il tumore non è aggressivo. Con il nuovo test, se si confermerà affidabile, potremo stabilire a monte se il paziente deve essere operato o meno».

Arturo Zenorini

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Parkinson. Arriva anche in Italia la “Fox Trial Finder” per le sperimentazioni cliniche

La piattaforma on-line creata dalla Fondazione Michael J. Fox permette ai pazienti di informasi sugli studi in corso e candidarsi per entrare nelle sperimentazioni cliniche. Ad oggi il Fox Trial Finder dispone di 380 studi clinici, di cui oltre 65 solo in Europa

La Michael J. Fox Foundation (MJFF), da sempre in prima linea nella ricerca e cura del Parkinson, lancia anche in Italia, dove la malattia colpisce circa 250 mila persone, il Fox Trial Finder (www.foxtrialfinder.org). Si tratta di una innovativa piattaforma on-line, la prima del suo genere, alla quale ogni paziente affetto da questa malattia (ma anche sano), può connettersi e accedervi in forma volontaria e anonima, con l’obiettivo di entrare a far parte di sperimentazioni cliniche.
 
L’iniziativa, che vede la stretta collaborazione fra la Michael J. Fox Foundation e la Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson di Milano, mira ad offrire, anche ai pazienti italiani e ai loro familiari, l’accesso a nuovi trattamenti terapeutici. L’obiettivo è abbattere il ritardo con cui all’incirca il 40-70% delle sperimentazioni iniziano in tutto il mondo a causa del numero insufficiente di pazienti. Grazie ad una attenta selezione che combina sia l’interesse dell’ammalato che la sua candidabilità a nuove cure, il Fox Trial Finder nasce per garantire una migliore efficienza del processo di registrazione e di accesso a nuove terapie.

Il progetto, lanciato nel 2012 negli Stati Uniti, nel Regno Unito, in Irlanda, in Australia e in Canada ha già registrato oltre 23.000 volontari, disposti ad entrare nel trial clinico e contribuire a definire e accelerare la scoperta di una cura per il morbo di Parkinson. Le aspettative sono di riuscire a reclutare, entro la fine del 2013, 30.000 volontari in tutto il mondo.
 
“Il Fox Trial Finder – spiega Todd Sherer, amministratore Delegato di MJFF – è una soluzione pratica e semplice che consente l’arruolamento nella ricerca e permette di aiutare le persone. Le modalità con le quali la piattaforma è stata concepita rende più facile la selezione dei pazienti, superando l’ostacolo della partecipazione, che resta ancora oggi uno dei maggiori problemi nelle ricerche sperimentali”.
 
“Siamo entusiasti di poter contribuire al supporto e alla introduzione del Fox Trial Finder in Italia – spiegaGianni Pezzoli, presidente della Fondazione Grigioni per il Morbo di Parkinson e dell’Associazione Italiana Parkinsoniani (AIP) –. Siamo convinti, infatti, che questo strumento sia la risposta alle domande che molti pazienti ci pongono sugli studi clinici, ovvero dove possono ‘essere messi in lista’ per poter potenzialmente partecipare a studi clinici su terapie innovative per la malattia di Parkinson o per il parkinsonismo. Questo strumento sarà anche molto utile per i ricercatori che desiderano effettuare studi su particolari gruppi di pazienti, quali, per esempio, quelli che vivono la prima fase della malattia e che non si rendono conto del ruolo fondamentale che possono avere nella ricerca”.
 
“Il Fox Trial Finder – ha detto Michael J. Fox, l’attore hollywoodiano colpito dal Parkinson molto giovane e che ha fondato la MJFF nel 2000 – lancia ai malati il prezioso messaggio che qualcosa si può fare. Partecipare alla ricerca rende i pazienti promotori di un grande cambiamento, ed il Fox Trial Finder è uno strumento pratico per cominciare. Questo è un messaggio che spero tutti i pazienti colpiti da Parkinson possano ricevere in modo forte”.
 
Superare i pregiudizi e la mancanza di informazioni sui trial clinici
La MJFF ha condotto un recente sondaggio su circa 1.000 pazienti parkinsoniani con l’obiettivo di conoscere la loro percezione sulle possibilità di accedere a ricerche cliniche sperimentali. L’indagine ha messo in luce che i malati di Parkinson sono fortemente interessati e motivati a contribuire alla ricerca di una cura. Tuttavia il 61% dei pazienti dichiara di non sapere a chi rivolgersi per avere informazioni sulle sperimentazioni cliniche.
Il sondaggio evidenzia anche un atteggiamento pregiudiziale nei confronti della la ricerca clinica sul Parkinson, un ulteriore ostacolo alla partecipazione anche fra coloro che sarebbero indispensabili per continuare gli studi di ricerca. Quasi 2 pazienti su 5 (39%) crede che reclutare volontari per studi clinici sul morbo di Parkinson non costituisca un problema.
 
Come funziona: con una doppia ‘messaggistica’ che assicura l’anonimato dei volontari
Il Fox Trial Finder, per i volontari, è facile da usare. È sufficiente compilare un modulo di registrazione per la raccolta di informazioni anagrafiche, geografiche e sulla storia clinica. Il Fox Trial Finder raffronta poi questi dati con un database che include tutti gli studi clinici sul Parkinson attualmente disponibili e che arruolano volontari. Stila poi un elenco sulle possibilità migliori di trattamento in relazione alle caratteristiche e alle corrispondenze espresse. Il paziente potrà esaminare le diverse opportunità esposte e mettersi in contatto con il team di sperimentazione attraverso un sistema di messaggistica, vale a dire che riceverà notifiche e informazioni via e-mail ogni volta che verranno aperti nuovi studi adeguati alla sua situazione clinica, senza l’impegno e lo sforzo di ricercare personalmente aggiornamenti o opportunità che fanno al caso loro.
 
Il Fox Trial Finder è anche una risorsa per i team di ricerca che costantemente necessitano di nuovi pazienti per i propri trial. Dopo aver creato un account di accesso al sistema, il team può visionare i profili dei pazienti candidabili allo studio nell’area geografica limitrofa ed raggiungere direttamente i potenziali partecipanti, attraverso un sistema di messaggistica, per esplorare ulteriormente l’appropriatezza delle caratteristiche alla propria ricerca.
 
La privacy dei partecipanti è protetta da elevati protocolli di sicurezza: i dati personali, quali il nome e i contatti, rimangono segreti fino a quanto il volontario in modo proattivo sceglie di condividere queste informazioni con un team di ricerca.
Ad oggi, il Fox Trial Finder dispone di 380 studi clinici, di cui oltre 65 solo in Europa. Oltre all’Italia, la FTF si sta espandendo anche in altri quattro paesi tra cui Germania, Austria, Francia e Spagna, per la prevalenza di studi clinici sul Parkinson già in corso.
Il database di Fox Trial Finder include sia studi interventistici volti a testare potenziali nuovi farmaci sia studi osservazionali per nuove informazioni e una migliore comprensione della malattia, ciascuno dei quali ha già ottenuto l’approvazione etica. Per creare il profilo e cercare nuove possibili cure con la tua tipologia di malattia, visita il sito: www.foxtrialfinder.org

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