Il sistema sanitario per i veterani amplia il ricorso alla mammografia

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Importanza Le donne sono sempre più numerose all'interno dell'Amministrazione sanitaria per i veterani (Veterans Health Administration). Nel 2008 abbiamo apportato delle modifiche programmatiche per ampliare il ricorso alla mammografia, sviluppare risorse interne per il trattamento del tumore al seno e coordinare meglio i servizi sanitari erogati dalle strutture non inserite nel sistema VA (Veterans Affairs).

Obiettivo Determinare se le modifiche programmatiche hanno aumentato il numero delle pazienti, diminuito il tempo per l'erogazione del trattamento definitivo e incrementato il tasso di interventi conservativi della mammella (BCT).

Progettazione, impostazione e partecipanti Abbiamo eseguito uno studio di coorte retrospettivo di tutti i casi di tumore al seno gestiti dal 1° gennaio 2000 al 31 maggio 2012 presso il Baltimore VA Medical Center.

Outcome principali e misure Abbiamo quindi confrontato le metriche dei processi sanitari adottate prima e dopo il 2008, quando sono state implementate le modifiche programmatiche. Le metriche in oggetto includevano il numero di mammografie eseguite ogni anno, la maggiore presenza di donne veterane, l'intervallo trascorso dall'indagine clinica alla diagnosi del tessuto al trattamento definitivo e il tasso degli interventi BCT.

Risultati Dal 2000 al 2012 sono state eseguite 7.355 mammografie e 76 pazienti sono state sottoposte a trattamento per tumore al seno. La maggior parte delle mammografie (n=6.720) è stata eseguita dopo il 2008. Dopo il 2008, sono state eseguite una media di 1.453 mammografie (differenza interquartile [IQR] 592-1.458) e 633 pazienti sono state sottoposte al trattamento del tumore, con un aumento del 1.200% e del 49%, rispettivamente, rispetto al periodo compreso tra il 2000 e il 2007. La maggior parte delle pazienti (86,7%) è stata sottoposta a screening e imaging diagnostico, a biopsia e a intervento chirurgico in strutture sanitarie diverse. L'intervallo tra lo screening mammografico iniziale e la diagnosi del tessuto è stato di 34 giorni (IQR 20-52), senza differenze significative tra gli intervalli dello studio (P=0,18). Il tempo intercorso tra la diagnosi del tessuto e l'inizio del trattamento definitivo è aumentato, passando da 33 giorni (IQR 26-51) a 51 giorni (IQR 36-75) (P=0,03) tra il 2008 e il 2012. Trentatré pazienti idonee si sono sottoposte all'intervento BCT (67,3%), mentre 16 pazienti (32,7%) sono state sottoposte a mastectomia.

Conclusioni e rilevanza Il nostro istituto ha ampliato rapidamente e con successo il ricorso alla mammografia. I volumi più alti della mammografia sono stati associati a un maggiore utilizzo dei servizi sanitari per la cura del seno non erogati dal sistema VA e hanno aumentato il tempo per il trattamento definitivo. Una consulenza adeguata in merito all'intervento BCT è stata documentata in modo uniforme e il ricorso alla mastectomia per le pazienti idonee agli interventi BCT è stato largamente determinato dalla preferenza della paziente o da fattori clinici e sociali. I nostri dati suggeriscono che, con il maggiore ricorso allo screening intensificato, le strutture ospedaliere del sistema VA potrebbero beneficiare dall'adozione di servizi interni per il trattamento del tumore al seno piuttosto che incrementare il passaggio delle pazienti da strutture del sistema VA a centri specialistici non appartenenti al sistema VA che dispongono di risorse specializzate.



Due anni fa il primo intervento in Italia, eseguito proprio al Policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma che oggi è il centro che ne ha eseguite di più in Europa: si chiama POEM

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Due anni fa il primo intervento in Italia, eseguito proprio al Policlinico universitario “A. Gemelli” di Roma che oggi è il centro che ne ha eseguite di più in Europa: si chiama POEM (Miotomia Esofagea Transorale – Per-Oral Endoscopic Myotomy, è un intervento non invasivo per il trattamento dell’acalasia, e secondo i dati presentati nell’ambito del congresso internazionale "EndoLive Roma 2013” è efficace nel  96% dei pazienti trattati, con significativa riduzione della sintomatologia e sicura al punto da essere impiegata anche in pazienti pediatrici. Durante l’evento nella capitale, che ha visto riuniti i maggiori esperti internazionali di endoscopia digestiva diagnostica e terapeutica e che era promosso dall’European Endoscopy Training Center dell’Università Cattolica, due di queste procedure sono state eseguite in diretta video.

 

L’acalasia è una malattia caratterizzata dalla perdita progressiva della peristalsi esofagea dovuta a un anomalo funzionamento dello sfintere esofageo inferiore il cui ruolo fisiologico è quello di impedire il reflusso del contenuto gastrico nell’esofago: con la metodica POEM, l’intervento per risolvere il problema è effettuato in endoscopia e consiste nella incisione delle sole fibre muscolari passando attraverso la bocca, mediante il gastroscopio, non toccando dunque la pancia, né facendo altri buchi sull’addome.

 Acalasia. La metodica POEM efficace nel 96% dei casi

 

Presentati durante EndoLive Roma 2013, al cospetto dei maggiori esperti internazionali di endoscopia digestiva, i risultati dello studio condotto da specialisti del Gemelli: il 96% dei pazienti sono guariti o migliorati nettamente, senza complicanze, grazie all’intervento di miotomia esofagea transorale.

Secondo i dati presentati a Roma, dal 2011 ad aprile 2013, 67 pazienti affetti da acalasia sono stati sottoposti a Miotomia Esofagea Transorale dall’équipe di Guido Costamagna, direttore dell’Unità Operativa di Endoscopia Digestiva Chirurgica del Gemelli. Tredici pazienti erano già stati sottoposti ad altri trattamenti senza ottenere benefici duraturi e accusavano disfagia e rigurgiti, occasionale dolore retrosternale e calo ponderale.  La procedura di Miotomia Esofagea Transorale è stata completata con successo nella maggioranza dei pazienti (63/67). Dei 63 pazienti sottoposti a POEM,  53 hanno completato la visita di controllo a 3 mesi.  “La procedura è stata clinicamente efficace nel 96% dei 53 pazienti con follow-up superiore a 3 mesi con scomparsa completa o netto miglioramento della malattia e non si sono verificate significative complicanze nel corso dell’intervento né successivamente”, ha spiegato Costamagna stesso, che è anche direttore dell’European Endoscopy Training Center del Policlinico Gemelli.

“La procedura POEM – ha proseguito Pietro Familiari dell’Unità di Endoscopia Digestiva Chirurgica del Policlinico Gemelli – si è dimostrata sicura anche per il trattamento di pazienti pediatrici. Infatti  tre bambine, una di 11 anni e due di 9 anni, sono state trattate con successo. Due delle bambine accusavano disfagia e rigurgiti, una soprattutto disturbi respiratori e asma. L’intervento è stato di brevissima durata, un’ora circa, e la degenza dopo l’intervento è stata esente da complicanze in tutti e tre i casi. Le bambine hanno ripreso una normale alimentazione  dopo alcuni giorni, senza problemi. Due delle bambine sono state trattate oltre 12 mesi fa e, alla visita di controllo, si è riscontrata una completa remissione della disfagia”.

Nel corso di EndoLive Roma 2013 è stato inoltre presentato anche uno studio di confronto per valutare l’efficacia di POEM rispetto ad altri trattamenti per la cura dell’acalasia. “Un’altra procedura endoscopica ben conosciuta per il trattamento dell’acalasia è la dilatazione pneumatica del cardias”, ha concluso Familiari. “Per confrontare l’efficacia della Miotomia Esofagea Transorale è attualmente in corso presso il Policlinico Gemelli uno studio randomizzato e controllato multicentrico, svolto in collaborazione con l’ Academisch Medisch Centrum di Amsterdam, il Northwestern Memorial Hospital di Chicago, e l’Evangelisches Krankenhaus di Duesseldorf”, mentre altri studi sulla POEM sono in corso di definizione e approvazione presso il Comitato Etico della nostra Università”.

 

JAMA Intern Med. 2013;



Se il glucosio sale l’esercizio non serve

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Il miglioramento della glicemia indotto dall'esercizio fisico dipende dai livelli di glucosio prima dell’allenamento. «Quindi, anche se un'attività aerobica moderata può migliorare il controllo glicemico, gli individui con un’iperglicemia di base hanno maggiori probabilità di non trarre benefici dall’attività fisica» spiega Thomas Solomon, ricercatore all’Università di Copenhagen, in Danimarca, e primo autore di una lettera di ricerca appena pubblicata su Jama Internal Medicine. «L'esercizio fisico fa sempre più parte integrante dei protocolli di trattamento del diabete mellito, in quanto oltre ai noti benefici cardiovascolari, può migliorare la glicemia attraverso una maggiore sensibilità dei tessuti all'insulina» riprende il ricercatore. Studi clinici randomizzati dimostrano effettivamente che l'esercizio fisico aerobico migliora il controllo glicemico nei pazienti con diabete di tipo 2, specie in quelli con una storia di malattia più breve, anche se con una grande variabilità individuale. «Ciò può essere spiegato da un lato con la variabilità genetica, e dall’altro considerando il possibile ruolo svolto dall’iperglicemia e dal funzionamento delle beta-cellule pancreatiche» precisa Solomon, che per approfondire l’argomento ha verificato, assieme ai colleghi della Cleveland Clinic e dell’ Università dell’Illinois a Chicago, se i cambiamenti nel controllo glicemico dopo 12-16 settimane di esercizio fisico aerobico fossero influenzati dallo stato glicemico pre-allenamento in 105 soggetti con alterata tolleranza al glucosio o con diabete  conclamato. «Dai nostri dati risulta che l’iperglicemia pre-training è un fattore predittivo del miglioramento indotto dall'esercizio fisico nel controllo glicemico: per ogni aumento di un punto oltre il 6,2 per cento nei valori di HbA1c misurati prima dell’esercizio si prevede un mancato miglioramento dello 0,2 per cento nell’HbA1c dopo attività fisica. «Ulteriori studi sono necessari per comprendere a fondo il fenomeno, anche se un deficit della funzione beta-cellulare gioca probabilmente un ruolo importante» conclude Solomon.



Fumo e rischio cardiovascolare

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Smettere di fumare abbassa il rischio di malattia coronarica nelle donne in postmenopausa, anche se l'eventuale aumento di peso può aumentare il rischio di diabete annacquando i benefici dell’astensione dal tabacco. Parola di Juhua Luo, ricercatrice dell’Indiana University School of Public Health e prima autrice di una lettera di ricerca pubblicata su Jama. «Il fumo è una causa importante di malattia cardiovascolare, e smetterlo ne riduce il rischio. Tuttavia, l'aumento di peso dopo la cessazione può alterare il metabolismo glucidico annullando o riducendo il vantaggio cardiovascolare derivato dall’aver sospeso le sigarette» spiega la ricercatrice. Alcuni studi indicano che l'associazione tra cessazione del tabacco e riduzione del rischio di eventi cardiovascolari non viene influenzata dall’aumento di peso nei non diabetici. Mancano invece dati sui pazienti diabetici, specie quelli con malattia coronarica (Chd).Per approfondire la questione Luo e colleghi hanno usato i dati della Women Health Iniziative, uno studio osservazionale lanciato nel 1991 che ha coinvolto 161.808 donne in postmenopausa,  valutando le correlazioni tra cessazione del fumo, aumento di peso e rischio di Chd con e senza diabete. «Le donne senza neoplasie o malattie cardiovascolari all’inizio dello studio sono state seguite fino alla diagnosi di Chd, alla data di morte, alla sospensione del follow-up, o al 30 settembre 2010, a seconda di quale tra questi eventi si verificava prima» spiega Luo. Delle oltre centomila partecipanti, 3.381 hanno sviluppato con il tempo una malattia coronarica, e i ricercatori hanno scoperto che la cessazione del fumo si associa a un rischio minore di Chd sia in presenza sia in assenza di diabete. «Va comunque sottolineato che l’aumento di peso spesso indotto dal cessare il fumo indebolisce il legame, specie nelle diabetiche che hanno preso 5 chili o più» dice la ricercatrice. E conclude: «Dato che allo studio hanno partecipato solo donne in postmenopausa, potrebbero servire ulteriori ricerche per definire meglio i legami tra fumo, peso, diabete e Chd».

 

Jama July 3, 2013 Volume 310, Number 1 pag 94-96



Allattamento artificiale chiude il piloro

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Allattare con il biberon aumenta il rischio di stenosi pilorica ipertrofica (Hps) del neonato, specie nelle pluripare attempate. Parola di Jarod McAteer, chirurgo pediatra all’Ospedale dei bambini di Seattle, stato di Washington, e coautore di uno studio su Jama Pediatrics. «La stenosi ipertrofica del piloro è un ispessimento del suo strato muscolare liscio, che si manifesta nelle prime settimane di vita. Ne deriva un’ostruzione gastrica a monte, da trattare chirurgicamente con un intervento detto di piloromiotomia» spiega il chirurgo. Con un'incidenza di circa 2 casi per mille, la sua eziologia resta sconosciuta e anche se la maggior parte dei casi sono sporadici, la malattia tende a raggrupparsi in cluster familiari. «Per la sua comparsa quasi esclusiva entro i primi 2 mesi di vita l’esposizione ambientale è stata tra le prime ipotesi eziologiche, e studi recenti indicano che l’allattamento con il biberon potrebbe essere associato all’Hps. Da questi presupposti sono partiti i ricercatori di Seattle, che hanno organizzato uno studio caso-controllo sui nati nello stato di Washington dal primo gennaio 2003 al 31 dicembre 2009 utilizzando i certificati di nascita incrociati ai dati di dimissione ospedaliera. «Sono stati inclusi i bambini figli unici nati nell’intervallo di studio e successivamente ricoverati con un codice diagnostico per Hps oppure con un codice di procedura per piloromiotomia. I controlli sono stati scelti a caso tra i figli unici senza Hps, abbinati ai casi per anno di nascita» riprende McAteer. I dati raccolti confermano l’ipotesi: l'allattamento artificiale aumenta effettivamente il rischio di Hps, senza differenze per il sesso del neonato, ma in modo direttamente dipendente dall’età materna. In altre parole, più la madre è anziana, più il rischio aumenta. «I nostri risultati confermano il legame tra Hps e alimentazione, sottolineando l’effetto protettivo dell’allattamento al seno. Servono però studi di conferma che approfondiscano i meccanismi causali, inclusi eventuali effetti ormonali, alla base dell’associazione tra biberon e Hps» conclude il chirurgo.

JAMA Pediatr. Published online October 21, 2013



Il testosterone aumenta il rischio cardiovascolare

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Secondo uno studio pubblicato su Jama, negli uomini con bassi livelli di testosterone la terapia aggiuntiva con l’ormone aumenta il rischio di morte, infarto miocardico o ictus ischemico. «Nell’ultimo decennio le terapie a base di testosterone sono più che quintuplicate negli Stati Uniti, raggiungendo i 5,3 milioni di prescrizioni con un mercato di 1,6 miliardi di dollari nel 2011» esordisce Rebecca Vigen, ricercatrice del Southwestern Medical Center a Dallas, Texas, ricordando che le attuali linee guida raccomandano la terapia ormonale nei pazienti con deficit sintomatico. «Oltre a migliorare la funzione sessuale e la densità minerale ossea, la massa magra e la forza muscolare, il trattamento con testosterone migliora il profilo lipidico e la resistenza all'insulina» riprende Vigen. Ma un recente studio clinico sugli effetti del testosterone negli uomini con elevata prevalenza di malattie del cuore o dei vasi è stato interrotto a causa di eventi avversi cardiovascolari, sollevando preoccupazioni sulla sicurezza del trattamento ormonale. Così i ricercatori nordamericani hanno verificato non solo l'associazione tra terapia testosteronica e mortalità per qualsiasi causa, ictus o infarto del miocardio, ma anche se l’eventuale legame veniva modificato da una sottostante malattia coronarica. Lo studio ha coinvolto 8.709 uomini con bassi livelli di testosterone (<300 ng/dl) sottoposti ad angiografia coronarica tra il 2005 e il 2011, 1.223 dei quali hanno iniziato la terapia con testosterone dopo l'esame. E nel follow up, durato in media due anni, i pazienti colpiti da eventi cardiovascolari sono stati il 19,9% nel gruppo senza testosterone e il 25,7% nel gruppo in trattamento con l’ormone. «L’uso della terapia con testosterone si associa a eventi cardiovascolari in tutti i pazienti, con o senza coronaropatia in modo indipendente da eventuali fattori di rischio, dato che entrambi i gruppi avevano valori simili di pressione arteriosa e lipoproteine a bassa densità e usavano i medesimi farmaci» conclude Vigen. E in un editoriale di commento Anne Cappola, dell’Università di Pennsylvania a Philadelphia, osserva: «Dato il volume di prescrizioni e il marketing aggressivo da parte dei produttori, medici e pazienti devono essere cauti a usare il testosterone. Lo studio dà un segnale forte in questo senso, aprendo la strada a ulteriori indagini sulla sicurezza di questa terapia ormonale».

JAMA. 2013 Nov 6;310(17):1829-36.



Crolla il mito dei grassi saturi

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Grassi saturi? Niente paura. Il burro, il formaggio e, perché no, anche la carne rossa non sono poi così dannosi per il cuore. Però serve da subito un distinguo: i grassi saturi non sono i grassi trans, quelli che si ottengono aggiungendo idrogeno all’olio vegetale per non farlo irrancidire, prolungando la durata dei prodotti. I grassi trans, quelli dei fast food, della margarina, di patatine, crackers e biscotti, non solo hanno effetto ossidante alimentando i processi infiammatori e degenerativi, ma accrescono il rischio di malattie cardiache aumentando il colesterolo cattivo (Ldl) e riducendo quello buono (Hdl). «Ma i grassi saturi sono un’altra storia» spiega dalle pagine del British Medical Journal Aseem Malhotra, cardiologo del Croydon University Hospital di Londra. «Il mantra che debbano essere rimossi dalla dieta per ridurre le malattie cardiovascolari ha dominato consigli dietetici e linee guida per quattro decenni. Ma l'ossessione del colesterolo, che ha portato a prescrivere statine a milioni di persone, ha distolto l’attenzione dai veri responsabili della dislipidemia aterogenica» continua il ricercatore britannico, spiegando che la demonizzazione dei grassi saturi risale al 1970, con la pubblicazione dello studio Seven Countries di Ancel Keys, dell’Università del Minnesota. 
In quello studio, Keys esaminò per cinque anni la dieta di 12.000 residenti in Finlandia, Grecia, Italia, Giappone, Jugoslavia, Olanda e Stati Uniti, concludendo che l’olio di oliva, povero di grassi saturi, riduceva il colesterolo. «Gli acidi grassi saturi, sono loro che lo aumentano» scriveva Keys. «Ma un legame tra due fatti non è causalità, anche se da allora si consiglia di abbassare i grassi al 30% dell’energia totale e quelli saturi al 10» obietta il cardiologo. Peccato che ridurre i grassi saturi sembra tagliare solo la frazione A del colesterolo Ldl, fatta di particelle grandi, mentre la responsabile dell’aterosclerosi accelerata sembra la quota Ldl-B: particelle piccole, dense e sensibili ai carboidrati. «Negli ultimi 30 anni negli Stati Uniti la quota di energia da grassi consumati è scesa dal 40 al 30%, ma l'obesità è aumentata» puntualizza Malhotra. La spiegazione secondo l’autore è che senza grassi il sapore del cibo peggiora, e l'industria alimentare lo “aggiusta” con lo zucchero, che predispone alla sindrome metabolica, un mix di ipertensione, disglicemia, aumento dei trigliceridi, bassi livelli di colesterolo Hdl e incremento del girovita. E nel 75% dei casi il colesterolo totale è normale. Ma se i grassi saturi non sono poi così dannosi, cosa c’è dietro ai 4 milioni di europei morti ogni anno per malattie cardiache? Per esempio, il rischio di malattia coronarica cala di pari passo all’assunzione di frutta e verdura, eppure solo pochi la consumano almeno tre o più volte al giorno. Il pesce abbassa il rischio di malattia coronarica, eppure il consumo di pesce è lontano dalle dosi settimanali raccomandate. Le fibre alimentari riducono la mortalità coronarica, eppure la dose media di fibre alimentari consumate non supera i 13-14 grammi giornalieri, neppure vicino all’obiettivo minimo di 18. Il rischio di malattia cardiaca cala mangiando noci una volta a settimana, eppure pochi lo fanno. E i cereali integrali? Spesso non si arriva a 16 grammi al giorno, mentre due porzioni giornaliere riducono del 26% il rischio coronarico. E ultimo, ma non certo per importanza, l’esercizio: nonostante i suoi ben noti benefici solo 2 persone su 10 lo praticano tre volte a settimana, il minimo consigliato. «È tempo di sfatare il mito dei grassi saturi nella malattia cardiaca, lottando contro i veri responsabili» conclude il cardiologo.

BMJ 2013; 347



Aggressività del cancro prostatico, nuovo test genetico predittivo

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Un test genetico in grado di predire l’aggressività di un cancro della prostata ed evitare interventi chirurgici non necessari. Lo ha sviluppato un’azienda Usa e i primi dati clinici, presentati alla conferenza 2013 del National cancer research institute britannico, sono promettenti. «Abbiamo sviluppato una firma di espressione composta da 31 geni di progressione del ciclo cellulare (Ccp)» ha spiegato Dan Berney, della Queen Mary University of London, primo autore della ricerca. Dalla media di tali geni è stato ricavato uno score Ccp, testato al momento della diagnosi in due coorti gestite in modo conservativo (n=337 e 349), in altre due dopo prostatectomia radicale (n=366 e 413) e in un’altra dopo radioterapia (n=141). «Il test è risultato altamente predittivo riguardo all’outcome del cancro prostatico nelle diverse coorti e nei differenti setting clinici» ha sottolineato Berney. «Se i risultati verranno confermati, sarà possibile valutare ciò che oggi è impossibile sapere» commenta Giuseppe Martorana, presidente della Società italiana di urologia (Siu) e direttore dell’Urologia Sant’Orsola Malpighi di Bologna, annunciando che «a breve sarà avviata una multicentrica europea alla quale parteciperanno vari centri italiani». Da tempo è noto che esistono tumori della prostata indolenti, ricorda Martorana, in quanto se ne riscontrano molti in sede autoptica (in maggior misura con l’aumentare dell’età) in persone decedute per altre cause e che non hanno mai avuto segni o sintomi correlabili al cancro. «Negli ultimi 20 anni si è imposto il Psa, marker che in caso di variazioni induce ad approfondimenti e alla biopsia che, se positiva, “costringe” a effettuare un trattamento».  Negli ultimi anni però, è stato sviluppato un protocollo di sorveglianza attiva – sottolinea Martorana, uno dei principali fautori – che prevede, alla diagnosi, la stratificazione dei pazienti per classi di rischio sulla base di alcuni indicatori. Se il rischio è molto basso i pazienti non sono sottoposti a trattamento ma seguiti con molta attenzione. «Ora sappiamo che il 50% di questi soggetti a 7 anni non è stato operato» afferma il presidente Siu. «Si tratta però di un modo indiretto di sapere che il tumore non è aggressivo. Con il nuovo test, se si confermerà affidabile, potremo stabilire a monte se il paziente deve essere operato o meno».

Arturo Zenorini



Nuove linee guida Usa anti-colesterolo. Primi giudizi non favorevoli

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Cambia profondamente l’approccio alla prevenzione del rischio cardiovascolare nelle nuove linee guida stilate dall’American college of cardiology e dall’American society of cardiology. Muta innanzitutto l’obiettivo: difesa non solo dagli attacchi cardiaci ma anche dall’ictus. Inoltre è prevista una nuova formula per il calcolo del rischio (che tiene conto di età, sesso, etnia, pressione del sangue, colesterolemia, diabete e abitudine al fumo) da rivalutare ogni 4-6 anni nei soggetti tra i 40 e i 79 anni. Meno rigidi i target lipidemici e meno aggressiva la terapia ipocolesterolemizzante. Ora si raccomandano valori di colesterolemia totale sotto i 200 mg/dl e di Ldl sotto i 100 mg/100 ml, e si consiglia l’uso delle statine in 4 casi: pregressa malattia cardiaca, valori di Ldl =/> 190 mg/100 ml o superiore (di solito con rischio genetico), soggetti tra i 40 e i 75 anni con diabete di tipo 2, e pazienti tra i 40 e i 75 anni con un rischio stimato a 10 anni di almeno il 7,5% in base alla nuova formula. Riprende ampio spazio lo stile di vita, lo stimolo all’esercizio fisico e i piani individualizzati per combattere l’obesità. «La prima impressione è totalmente negativa» afferma Salvatore Novo, presidente uscente della Società italiana di cardiologia (Sic) e docente di Malattie dell'apparato cardiovascolare all'università di Palermo. «Innanzitutto sono introdotti nuovi criteri per il calcolo del rischio cardiovascolare basati su una formula matematica complessa di non agevole attuazione». Ma il problema più grande, per Novo, è la confusione sui valori target. «Le raccomandazioni Usa precedenti alle attuali avevano stabilito in 70 mg/100 ml il tasso di Ldl da raggiungere nei pazienti sopravvissuti a infarto o ad altissimo rischio, mentre in quelle europee del 2007 il valore era di 80 mg/100 ml.  Nel 2012 la Società europea di cardiologia (Esc) aveva portato chiarezza e semplificazione, adeguandosi ai valori Usa in prevenzione secondaria. E ora addirittura non si parla più di target e ci si limita a dire che nei pazienti ad alto rischio si devono usare le statine più potenti ad alte dosi per ridurre le Ldl del 50%, creando confusione». La società europea di arteriosclerosi (Eas)sta già preparando una nota vigorosa contro il documento Usa. «Vogliamo mantenere le nostre linee guida europee 2012, senza provocare ulteriore confusione a cardiologi e Mmg» conclude Novo



Con gli antiossidanti la lombalgia non morde

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La somministrazione orale di acido alfalipoico (Ala) e superossido dismutasi (Sod) riduce l’uso di analgesici nei pazienti con lombalgia cronica (Lbp), e ne migliora la disabilità. Parola di Emilio Battisti, reumatologo al Centro Tammef (Therapeutic Application of Musically Modulated Electromagnetic Fields) dell’Università di Siena e primo autore di uno studio sull’European Journal of Physical and Rehabilitative Medicine. Il mal di schiena è un problema di salute in tutto il mondo, con costi che nei soli Stati Uniti superano i 100 miliardi di dollari l'anno, di cui due terzi dovuti alla perdita di giorni lavorativi e alla riduzione di produttività. «Lo stress ossidativo è una delle cause del dolore neuropatico, spesso alla base della lombalgia» spiega il reumatologo, sottolineando che gli antiossidanti potrebbero essere un’utile strategia di trattamento della Lbp. Ed è proprio uno studio italiano del 2009 pubblicato sull’International Journal of Immunopathology and Pharmacology, a fornire prova dei potenziali benefici di Ala, un potente antiossidante, nella lombalgia: la somministrazione del composto, combinato all'acido gamma linolenico, un omega -6, e alla riabilitazione fisica, ha alleviato in modo significativo i sintomi neuropatici, riducendo la disabilità dei soggetti trattati. Continuando su questa strada Battisti e colleghi hanno rilevato le variazioni nel dolore percepito, nell’attività funzionale e nell’assunzione di analgesici in 98 pazienti adulti affetti da Lbp e trattati con una combinazione orale di acido alfa-lipoico e superossido dismutasi, un enzima antiossidante della classe ossidoreduttasi, secondo un protocollo prospettico non randomizzato in aperto. «Ai partecipanti sono stati somministrati per 60 giorni 600 mg di Ala e 140 UI Sod/die. Il Roland Morris Disability Questionnaire e il Pain Rating Scale sono stati utilizzati per valutare disabilità e dolore, e durante il follow up è stato registrato l'uso di farmaci, con attenzione agli analgesici e ai loro eventi avversi» riprende Battisti. Alla fine dello studio solo l'8% dei partecipanti dei pazienti usava ancora gli antidolorifici rispetto al 73,5% rilevato all’inizio. Miglioramenti significativi sono stati raggiunti anche per il dolore percepito e la disabilità funzionale. «I nostri dati suggeriscono che il trattamento con antiossidanti può essere un potente coadiuvante nella terapia riabilitativa della lombalgia cronica» conclude il reumatologo.

Eur J Phys Rehabil Med. 2013 Oct;49(5):659-64



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