Tumore alla prostata. Al Cnr il progetto di monitoraggio PROS-IT

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Ogni anno  36.000 nuovi casi ma migliora la sopravvivenza. Tuttavia se al nord si raggiungono i cinque anni nel 91% dei casi, al sud  ci si ferma al 78%. Stesso gradiente anche per quanto riguarda il tasso di mortalità. Ecco perché il Cnr ha deciso di monitorare la situazione epidemiologica.

l tumore alla prostata è la seconda più frequentemente diagnosticata nella popolazione maschile mondiale. In Italia è stata stimata un’incidenza di circa 36.000 nuovi casi nel 2012, con differenze a livello locale: al Nord l’incidenza è pari a 110,4 casi ogni 100.000 abitanti, al Centro è di 82,6 e al Sud di 59. Un problema importante di salute pubblica, tanto che il Consiglio nazionale delle ricerche ha lanciato un progetto, PROS-IT, coordinato dalla Sezione invecchiamento dell’Istituto di neuroscienze (In-Cnr), che avrà l’obiettivo di monitorare la situazione del tumore della prostata nel nostro Paese.
 
Il progetto, con il contributo incondizionato di Takeda Italia e della durata di 48 mesi,sarà curato da un comitato costituito da urologi, oncologi, radioterapisti, anatomo-patologi, epidemiologi, rappresentanti dei Registri tumori.
“La sopravvivenza a cinque anni dopo la diagnosi è già elevata, grazie presumibilmente alla diagnosi precoce di questa malattia legata alla larga diffusione del test del Psa, e al miglioramento delle tecniche di trattamento”, ha spiegato Gaetano Crepaldi, responsabile scientifico della Sezione invecchiamento di In-Cnr di Padova. “Dati recenti provenienti dai Registri tumori italiani evidenziano che la sopravvivenza a cinque anni dalla diagnosi è passata dal 66% nel periodo 1990-94, all’80% nel 1995-99 e all’88% nel 2000-04. I dati più recenti dimostrano però alcune differenze geografiche nella sopravvivenza: 91% nelle regioni del Nord-ovest, 89% nel Nord-est, 85% nel Centro e 78% nel Sud. Specularmente, il tasso di mortalità è pari a 16,7 ogni 100.000 persone al Nord, al 17 nel Centro e al 18,3 nel Sud (fonte Airtum 2012)”. 

Emerge quindi l’importanza di monitorare in chiave epidemiologica questa malattia, per comprendere meglio la variabilità dell’incidenza, gli effetti delle terapie e delle complicanze. “PROS-IT avrà come obiettivo la raccolta sistematica, presso i centri partecipanti, delle informazioni su tutti i maschi di maggiore età con diagnosi bioptica di tumore della prostata”, ha proseguito Crepaldi. “Verranno valutati caratteristiche cliniche e demografiche, protocolli di cura e risultati, per identificare i fattori su cui intervenire per migliorare la sopravvivenza e la qualità di vita dei pazienti”.



Cancro. Gli scienziati Usa. E’ il momento di cambiargli nome

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Un report del National Cancer Institute. "Il paziente sente la parola 'cancro' e pensa che morirà a meno che non venga trattato al più presto". E invece "non c’è bisogno di trattare ogni massa che emerge dalle analisi". La proposta sta già facendo discutere il mondo dell'oncologia

Ti arriva la diagnosi di cancro e il mondo ti cade addosso. Eppure, tra le tante patologie racchiuse sotto questo nome non ci sono solo malattie che porteranno inesorabilmente alla morte. Si tratta invece di un gruppo di condizioni molto più eterogeneo, che non per forza finirà per portare a metastasi o diventare letale, ma che anzi include anche patologie più indolenti, che anche nel caso non vengano mai trattate potrebbero non causare alcun danno lungo il corso della vita di un paziente. Ma allora perché non chiamare queste condizioni meno “pericolose” in maniera diversa? Questa è proprio la proposta di un gruppo di consulenti del National Cancer Institute statunitense, pubblicati in unreport su The Journal of American Medical Association (Jama). Secondo gli esperti, cambiare la definizione di cancro ed eliminare questo termine da alcune diagnosi comuni, potrebbe essere parte di un cambiamento più complessivo dell’approccio alla diagnosi e al trattamento dei tumori, volto a limitare sovradiagnosi e sovratrattamento.
 
Tutto parte, infatti, proprio da un problema che ultimamente si fa sempre più pressante tra il personale medico, gli scienziati e le associazioni di pazienti: molte persone si sottopongono a trattamenti inutili – spesso dolorosi e a volte dannosi – per lesioni precancerose la cui evoluzione è talmente lenta da considerarsi altamente improbabile possano avere ripercussioni gravi sulla salute dei pazienti. “Abbiamo ancora problemi a far capire ai pazienti che non tutte le diagnosi di tumore che derivano da mammografie o test alla prostata sono da ritenere “maligne” nel senso più spaventoso: non è detto per forza che ti uccideranno, né che sei destinato a stare male”, ha spiegato in un’intervista al New York Times Harold E. Varmus, premio Nobel per la Medicina e la Fisiologia e direttore del National Cancer Institute. “E non solo i pazienti fanno fatica a capirlo, ma comprendere questo concetto è difficile anche per la società intera”.
Pensiamo ad esempio ad alcune condizioni precancerose come il carcinoma duttale in situ, che è una condizione che molti medici non considerano cancro ma che aumenta le possibilità che questo si sviluppi: secondo l’istituzione statunitense varrebbe la pena di escludere qualsiasi riferimento al tumore nel nome stesso della patologia, in modo che le donne cui viene diagnosticata si spaventino meno ed evitino trattamenti non necessari e potenzialmente dannosi, come la mastectomia preventiva (divenuta tanto famosa per la decisione di Angelina Jolie di farsi asportare il seno per ridurre il rischio di sviluppare cancro).
Allo stesso modo, il gruppo di esperti suggerisce che ad altre lesioni simili rilevate durante gli screening per il cancro al seno, alla prostata, alla tiroide o ai polmoni possa essere cambiato nome, e che si smetta di fare riferimento ai tumori nella loro diagnosi. In particolare, queste dovrebbero essere riclassificate come “lesioni indolenti di origine epiteliale” (IDLE, indolent lesions of epithelial origin). “Abbiamo bisogno di una nuova definizione, che sia più adatta al 21esimo secolo in cui viviamo, e che non alluda al cancro inteso come era inteso nel 19esimo secolo”, ha spiegato Otis W. Brawley dell’American Cancer Society, esperto che non era direttamente coinvolto nel report pubblicato su Jama.
 
L’arrivo di tecnologie di screening sempre più sensibili e precise negli ultimi anni ha aumentato la probabilità di trovare incidentalmente masse neoplastiche (benigne o maligne che siano). Si tratta appunto dei cosiddetti “incidentalomi”, che vengono rilevati durante analisi più o meno approfondite, e che probabilmente non causerebbero sintomi né problemi di alcun tipo. Tuttavia, una volta scoperti, inizia la procedura standard: prima biopsia, poi trattamento o rimozione. Il tutto accompagnato da dolore fisico e spesso psicologico e non privo di qualche rischio. Si tratta di quelle che gli esperti chiamano sovradiagnosi, e le terapie che ne conseguono sono chiamate sovra trattamenti, procedure farmacologiche o chirurgiche che in realtà potrebbero essere evitate. Anche perché questo tipo di trattamento aggressivo per le lesioni precancerose non ha nel tempo portato a una riduzione dei tumori invasivi.
Secondo molti esperti “cambiare il linguaggio che si usa nelle diagnosi è essenziale per dare ai pazienti la fiducia che non c’è bisogno di trattare in maniera così aggressiva ogni massa che emerge dalle analisi”, come ha spiegato Laura J. Esserman, direttrice del Carol Franc Buck Breast Care Center dell’Università della California di San Francisco e prima autrice del report. “Il problema è che il paziente sente la parola “cancro” e pensa che morirà a meno che non venga trattato al più presto. Probabilmente sarebbe più intelligente riservare questo termine per le condizioni che hanno qualche probabilità in più di creare un vero problema”.
 
Chiaramente gli stessi esperti che hanno proposto questo cambiamento sanno che non sarà accettato universalmente. La preoccupazione di molti, infatti, è che poiché i medici non sanno ancora sempre discernere quali siano i tumori benigni o a crescita lenta dalle patologie più aggressive, trattano tutte le condizioni come se fossero gravi. Come risultato, scovano e trattano dozzine di lesioni precancerose e tumori allo stato iniziale che non per forza sarebbero da trattare. “Cambiare la terminologia non risolve questo problema”, ha commentato Larry Norton, direttore medico dell’Evelyn H. Lauder Breast Center del Memorial Sloan-Kettering Cancer Center. “Quali casi di “lesioni indolenti di origine epiteliale” porteranno a un cancro e quali no?”, ha provocato. “Mi piacerebbe saperlo. Noi non abbiamo modo di guardare al microscopio un tessuto che viene dal carcinoma duttale in situ e dire con sicurezza che al massimo porterà a un cancro a crescita lenta”.
Tuttavia, la discussione che si sta aprendo nel mondo accademico e clinico a partire da questo report è comunque un passo in avanti. “I nostri scienziati non cercano solo nuovi metodi per scovare i tumori ad uno stadio iniziale, ma stanno anche cercando il modo di capire se c’è modo di dire quanto saranno aggressivi”, ha concluso il Nobel Varmus. “E questo è già un bel cambiamento nel modo di pensare rispetto a 20 anni fa. Ci sarà un giorno in cui la prima cosa che proveranno i pazienti cui verrà diagnosticato un cancro non sarà l’intensa paura per la sensazione di aver appena ricevuto una condanna a morte”.



Un filosofo e il cancro della mammella

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Patologi, oncologi, chirurghi, radiologi, senologi, associazioni di donne, donne, erano venuti da tutta la Sardegna a discutere di neoplasia della mammella. E’ possibile veder oltre l’organo malato per parlare di tutto il sistema di cura? Sì, ecco come è andata

La domanda li sorprese. Me ne accorsi dalle loro facce. Patologi, oncologi, chirurghi, radiologi, senologi, associazioni di donne, donne, erano venuti da tutta la Sardegna a discutere di neoplasia della mammella. La sala dell’assessorato era piena. “Di cosa stiamo discutendo” chiesi in modo provocatorio “di carcinoma della mammella” o di  “mammella malata di carcinoma”? Silenzio e grande attenzione. “Insomma qual è il sostantivo che comanda e decide i predicati della cura  e quindi della sanità che serve e delle professioni coinvolte? La malattia o la mammella metonimia della donna? Quale ontologia? Di questi tempi si parla solo di sostenibilità parlare di ontologia è da pazzi.
 
Spiegai che se il sostantivo che comandava la cura  era il carcinoma allora non ci sarebbe stato bisogno di romperci la testa con la multidisciplinarietà, con i percorsi condivisi. Sarebbe bastato  integrare meglio i servizi e le giustapposizioni  professionali esistenti. Ma se il sostantivo era il “malato di carcinoma” allora  sarebbe stato diverso e avremmo dovuto cambiare il modo di curare. Ogni singola razionalità professionale andava armonizzata cioè ridefinita  dentro nuove relazioni cooperative. E questo implicava un  nuovo discorso di organizzazione del lavoro.
 
“Se  discutiamo di mammella come  dovremmo considerarla?” chiesi ancora incalzante. “Un organo? Un pezzo anatomico? O qualcosa  di più”? Spiegai  che nel caso avessimo considerato la mammella qualcosa di più di un organo, filosoficamente  avremmo dovuto considerarla  un “superoggetto” o se si preferisce un “quasi soggetto” cioè: un organo, un organismo, una specificità genetica, persona e  un fenomeno (la malattia) dentro una società che con i suoi bisogni si rivolgeva  ad una sanità sempre più definanziata. Il superoggetto è una coestensione tra biologia clinica  storia  esistenza  società economia. Quindi qualcosa di complesso.
 
E’ questa nuova visione della complessità a  costringerci a cambiare una intera organizzazione sanitaria, a ridefinire le strategie e le metodologie operative, gli approcci professionali. Solo se ci si ripensa nella complessità si ha  il vantaggio di essere più bravi professionalmente, di costare di meno e di curare meglio. Chissà se i primari oncologi (Cipomo) che sollecitano giustamente una legge sull’oncologia ci hanno pensato? Come si fa a personalizzare le cure se non si ripensa l’impersonalità della clinica quella che considera gli organi come semplici macchine biochimiche? E come si fa ad essere “sostenibili economicamente” se prima non si è “sostenibili culturalmente”  cioè se  non si risolvono certe regressività  che continuano a orientare intere organizzazioni sanitarie? Le Commissioni di indagine  del Parlamento  sanno che la regressività culturale del sistema è funzione della sua sostenibilità economica? Intanto  gli anatomo patologi  ci bombardarono  con le slide, i loro vetrini…  istotipi…fenotipi… dicendoci in sostanza che il carcinoma della mammella parlava, cioè aveva un suo linguaggio.
 
Azzardai una interpretazione (ero stato chiamato per fare un discorso sui discorsi): chi parlava  in realtà  non era l’organo tout court  ma  il sistema  “fenomeno (malattia) superoggetto (ontologia) medicina e sanità”(organizzazione e conoscenze), con dei discorsi fatti da cellule, metastasi, valori biochimici  ma anche altro. L’organo in sostanza  si proponeva come se fosse un “ipertesto” da interpretare. Quindi oltre l’ontologia pure l’ermeneutica. Cavolo sempre più difficile! Tutti gli intervenuti senza rendersene conto  avevano posto tuttavia importanti problemi ermeneutici, cioè di interpretazione, ma non solo, tutti a diverso titolo, giustamente abbinavano il problema ermeneutico della malattia a quello della  comunicazione con il malato.
 
Ma comunicazione tra chi? Potevamo dialogare con il superoggetto avvalendoci solo dei nostri significati scientifici? Sarebbero bastati? Sapevamo tutti che non bastava spiegare ad una donna il significato scientifico del carcinoma mammario…e allora? Allora la sparai grossa: “Oltre al problema del “significato” esiste il problema del “senso”, cioè un supersignificato che va oltre la clinica e che coinvolge la vita delle persone  i problemi organizzativi e economici della sanità e quelli  problemi professionali degli operatori. Qual è il senso della medicina? Di una organizzazione sanitaria? Delle procedure condivise, dei percorsi terapeutici delle cure integrate?
 
Mentre il significato delle cose riguarda  le cose Il senso riguarda il mondo delle cose, nel nostro caso tanto chi cura  quanto chi è curato. Malati e operatori hanno un comune problema di senso. Ma questa è una storia antica. Migliaia  anni prima di Cristo si usava  studiare gli organi per ricavarne “responsi diagnostici”…Il presupposto razionale: vi  era un “microcosmo”, l’organo, che corrispondeva ad un “macrocosmo”  l’universo. Leggere o parlare con l’organo significava leggere o parlare con l’universo. Mutatis mutandis tutti avevano lo stesso problema. C’è un microcosmo che si chiama mammella  da interconnettere con un  macrocosmo che si chiama donna, vita, società, sanità, economia, azienda. Tutti quegli operatori  si ponevano il problema  di  come organizzare tali  interconnessioni per essere semplicemente migliori.
 
Me ne tornai a casa rimuginando tra me e me. Pensavo alle due Commissioni di indagine sulla sanità decise dal Parlamento e all’intero apparato istituzionale  che governa la sanità. Mi sembrava  di avere a che fare con una gigantesca arretratezza culturale . La sanità si potrebbe rivoltare come un calzino. Ma come diavolo  faccio  a spiegare  a gente che in testa ha solo i costi standard, i fondi integrativi, la sostenibilità, che per cambiare la sanità prima di ogni cosa si tratta di decidere i sostantivi che comandano i predicati della cura?



Tumore alla prostata. Sarà presentato domani test Polaris per favorire prevenzione

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Si tratta un nuovo test molecolare effettuato su campioni agobioptici o direttamente su tessuto post-prostatectomia, che riesce a misurare i livelli di espressione dei geni coinvolti nella replicazione tumorale.

22 MAG - Sarà presentato domani, per la prima volta in Italia, il test Prolaris per predire l’aggressività del tumore prostatico. La presentazione sarà curata da Myriad Genetics.

All’evento, organizzato a margine dell’8° Congresso Nazionale degli urologi dell’ospedalità privata, che si aprirà a Ravello (Salerno), saranno presenti Massimo Frerschi dell’Ospedale S.Raffaele di Milano e Marcello Pafgliano, direttore medico della Myriad Genetics. Prolaris è un nuovo test molecolare effettuato su campioni agobioptici o direttamente su tessuto post-prostatectomia, che riesce a misurare i livelli di espressione dei geni coinvolti nella replicazione tumorale.  Con questa indagine si ottiene la possibilità di predire l’aggressività del tumore e il rischio di progressione della patologia, aiutando gli specialisti a decidere una strategia di trattamento o monitoraggio. 

Quale impatto per l’eradicazione dell’H. Pylori?

Il risanguinamento dell’ulcera peptica è virtualmente impossibile nei pazienti nei quali è stata correttamente condotta una eradicazione dell’Helicobacter Pylori, e la terapia di mantenimento con farmaci antisecretori non è necessaria. Solo in caso di assunzione continuata di FANS e nuova infezione da Helicobacter Pylori può verificarsi un nuovo sanguinamento gastrico nei pazienti eradicati. Lo rivela uno studio prospettico pubblicato dall’American Journal of Gastroenterology.

I ricercatori dell’ H. pylori Study Group of the Asociación Española de Gastroenterología, coordinati da Javier P. Gisbert del Servicio de Aparato Digestivo dell'Hospital Universitario de La Princesa di Madrid hanno valutato la ricorrenza dei sanguinamenti gastrici in una popolazione di 1000 pazienti (età media 56 anni, 75% maschi, 41% consumatori abituali di FANS) sottoposti in precedenza a eradicazione dell’Helicobacter Pylori per ulcera duodenale (69%), ulcera gastrica (27%), ulcera pilorica (4%). In tutti i pazienti presi in esame la diagnosi di infezione da H. pylori è stata confermata da test rapido all’ureasi, esame istologico e test del respiro (13C-urea breath test). I protocolli terapeutici seguiti per l’eradicazione sono stati diversi. Tutti i pazienti invece sono stati trattati con ranitidina 150 mg/die fino alla conferma dell’avvenuta eradicazione ottenuta con test del respiro a 8 settimane dalla terapia antibiotica. In caso di mancata conferma dell’eradicazione i pazienti sono stati sottoposti a un secondo, terzo o quarto ciclo di eradicazione. In caso di conferma dell’avvenuta eradicazione i pazienti non hanno ricevuto una terapia di mantenimento e sono stati avviati a un follow-up con test del respiro su base annuale, con divieto di assumere FANS. Il follow-up è stato di almeno 12 mesi, per un totale di 3253 anni-paziente. Si è verificata una ricorrenza del sanguinamento gastrico in 3 pazienti a 1 anno di follow-up (avvenuta dopo utilizzo di FANS in 2 casi e per nuova infezione da H. pylori nel terzo caso) e in 2 pazienti a 2 anni di follow-up (dopo utilizzo di FANS in un caso e per nuova infezione da H. pylori nell’altro). L’incidenza cumulativa del risanguinamento quindi è risultata dello 0,5% (95% CI, da 0,16 a 1,16%), mentre il tasso di incidenza di risanguinamento è risultato dello 0,15% (0,05–0,36%) per anno-paziente di follow-up.

▼ Gisbert JP, Calvet X, Piqué JM et al and on behalf of the H. pylori Study Group of the Asociación Española de Gastroenterología (Spanish Gastroenterology Association). Long-Term Follow-Up of 1,000 Patients Cured of Helicobacter pylori Infection Following an Episode of Peptic Ulcer Bleeding. The American Journal of Gastroenterology 2012; 107:1197-1204 doi:10.1038/ajg.2012.132

 

GAST-1057361-0000-UNV-W-10/2014

 



Tumore alla mammella. Se diagnosticato precocemente, guarisce nel 90% dei casi

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Il dato è stato riportato nel corso del convegno promosso dal Gruppo italiano mammella. Il rischio però è che i progressi sin qui raggiunti siano messi a repentaglio"dalla mancata o non corretta applicazione di raccomandazioni e linee guida sul trattamento della patologia".

10 GIU - Se diagnosticato precocemente, nel 90% dei casi il tumore alla mammella guarisce perfettamente. E' quanto ha rilevato Francesco Cognetti, direttore del Dipartimento di Oncologia Medica del Regina Elena di Roma, durante il convegno nazionale promosso dal Gruppo italiano mammella (Gim) nella capitale per la presentazione degli ultimi lavori scientifici sul cancro al seno.

“Il contributo del Gim  è stato determinante per raggiungere l’eccellenza – commenta Cognetti – Il nostro network, che riunisce i maggiori specialisti italiani, è nato dal desiderio di costituire un rapporto di stretta collaborazione clinica e scientifica tra tutti coloro che operano quotidianamente in questo settore. Per assicurare alle pazienti il maggior livello assistenziale possibile, oltre a favorire il progresso nella ricerca. Abbiamo compiuto grandi passi".

Il lavoro effettuato sino a questo momento rischia però di "essere minato, nella sua validità, dalla mancata o non corretta applicazione di raccomandazioni e linee guida sul trattamento della patologia". Per gli oncologi la preoccupazione maggiore riguarda la "formulazione di proposte terapeutiche spesso minimaliste, che non tengono conto delle raccomandazioni provenienti dalle società scientifiche. Queste modalità di cura, seppure accattivanti per le pazienti per la loro durata ridotta ed una contenuta incidenza di effetti collaterali, spesso non sono sostenute da sufficienti prove scientifiche. Presentano quindi il rischio concreto di un minore effetto sulle possibilità di guarigione”.

Eppure, esistono ormai da tempo schemi terapeutici di comprovata efficacia, fondamentali per le oltre 46mila italiane che ogni anno si ammalano di neoplasia al seno. “La Comunità Oncologica Nazionale offre alle pazienti un’uniformità di trattamenti e percorsi condivisi ed omogenei su tutto il territorio – spiega Lucia del Mastro, dell’Oncologia Medica dell’IST di Genova – Questo permette da un lato di lavorare in rete tra le diverse Oncologie, dall’altro di ottimizzare dati clinici e utilizzare in modo appropriato le risorse per garantire alle malate le migliori modalità di approccio diagnostico e terapeutico”.

Il Gim riunisce "140 centri d’eccellenza in tutta Italia – sottolinea Sabino De Placido, dell’Università degli Studi di Napoli “Federico II” – Stiamo conducendo in contemporanea diversi studi clinici di fase III, come i GIM 1 - 2 - 3, a cui partecipano migliaia di pazienti. L’abstract del GIM 3 è stato presentato durante il congresso annuale dell’American Society of Clinical Oncology (ASCO) di Chicago, appena concluso". E De Placido garantisce che si tratta di "ricerche davvero promettenti, su combinazioni di farmaci innovative, che speriamo possano rappresentare un aiuto concreto per tutte le donne con tumore della mammella”.

 



Melanoma. Presto in Italia vemurafenib, la prima terapia personalizzata

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29 MAG - L’Italia è protagonista nella lotta al tumore della pelle. Sarà presto disponibile anche nel nostro Paese una nuova arma terapeutica contro la forma avanzata di melanoma: vemurafenib, la prima terapia personalizzata, è prodotta in Italia - nello stabilimento Roche di Segrate (Milano) - per tutto il mondo. Il melanoma metastatico colpisce ogni anno 1.800 italiani e si calcola faccia più di 4 vittime ogni 24 ore solo nel nostro Paese (circa 1.600 in un anno). La nuova terapia made-in-Italy è in grado di agire in modo specifico sulla mutazione del gene BRAF e di inibire la proteina mutata, che è stata individuata come responsabile della proliferazione cellulare nel 50% dei casi di melanoma metastatico. Si tratta di una nuova speranza per i pazienti italiani: vemurafenib ha infatti dimostrato di raddoppiare il tempo di sopravvivenza in un tumore in cui la media è inferiore a un anno (circa 6-9 mesi).

Intanto, i risultati dell’indagine “Gli italiani, l’ossessione abbronzatura e il melanoma”2 - divulgati in occasione dell’imminente arrivo in Italia di vemurafenib e dell’Euromelanoma Day 2013, che si celebra lunedì in tutta Europa - mettono in evidenza il “Paradosso da Sole Selvaggio”. Più di 1 italiano su 3 si spaventa quando si accorge di un nuovo neo, ma quest’estate non rinuncerà ad esporsi al sole in maniera intermittente e intensiva, dedicando all’abbronzatura la classica settimana annuale di vacanza. Non solo: 3 connazionali su 4 sottovalutano la pericolosità delle lampade abbronzanti, paragonate dagli esperti al fumo di sigarette per il tumore al polmone. Si tratta di abitudini scorrette, che rischiano di fare il gioco del nemico numero uno della pelle: il melanoma, che ogni anno colpisce quasi 200 mila persone in tutto il mondo e più di 7 mila italiani, con un incremento dell’incidenza del 30% negli ultimi 10 anni.

Il difetto si troverebbe in un gene di una proteina chiamata Transportina 3, localizzato sul cromosoma 7. Grazie alla scoperta sarà possibile fornire una diagnosi molecolare corretta, ma la tecnologia con cui è stato scovato potrebbe essere usata per andare alla ricerca dei geni responsabili di altre forme patologiche.



La spettroscopia Raman per ridurre le biopsie del seno

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Un gruppo di ricercatori diretti da Ishan Barman, del Massachusetts institute of technology di Cambridge, ha messo a punto un nuovo algoritmo che permette di impiegare la cosiddetta spettroscopia Raman - una tecnica di indagine che sfrutta un effetto molto specifico prodotto dall'esposizione di campioni biologici a particolari frequenze laser – per la diagnosi delle lesioni tumorali della mammella così da ridurre il numero di biopsie. Secondo lo studio appena pubblicato sulla rivista Cancer Research, edita dall'American association for cancer research, l'impiego di questa tecnica potrebbe ridurre drasticamente il numero di biopsie ripetute: «Ogni anno negli Stati Uniti vengono effettuate circa 1,6 milioni di biopsie, e circa 250.000 nuovi tumori della mammella vengono diagnosticati» spiega Barman. «Se si riuscisse ad evitare 200.000 biopsie ripetute, ipotizzate in base a una stima prudente, il sistema sanitario potrebbe risparmiare un miliardo di dollari all'anno». La mammografia a raggi X attualmente in uso nella diagnosi precoce del cancro del seno non è in grado di distinguere se le microcalcificazioni sono associate a lesioni benigne o maligne, per cui è spesso necessaria una biopsia, che però presenta un'elevata percentuale di falsi negativi (tra il 15 e il 25%). La nuova tecnica, secondo i ricercatori, avrebbe invece valori predittivi positivi del 100%, e negativi del 96% per la diagnosi di tumore con o senza microcalcificazioni, e un'accuratezza complessiva dell'82% riguardo alla classificazione tra tessuto normale, lesioni benigne o maligne: «Il nostro studio dimostra il potenziale della spettroscopia Raman nel rilevare le microcalcificazioni e simultaneamente diagnosticare le lesioni associate con un alto grado di accuratezza, fornendo feedback in tempo reale durante le procedure bioptiche» scrive Barman, aggiungendo che la maggioranza dei tumori diagnosticati nel corso dello studio (su 33 donne di cui sono stati presi in esame 146 aree di tessuto complessive) carcinomi duttali in situ, ovvero le lesioni più spesso associate alle microcalcificazioni, che comportano particolari difficoltà con i metodi oggi in uso. 

Cancer Res June 1, 2013 73; 3206



Cancro al seno, azione protettiva dell’olio di pesce

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Un maggior consumo di acidi grassi polinsaturi n-3 provenienti dal pesce riduce il rischio di cancro al seno. Questi risultati supportano la prevenzione del tumore al seno attraverso la dieta e gli interventi sullo stile di vita. Lo afferma Duo Li, capo del Dipartimento di scienze alimentari  e della nutrizione all’Università Zhejiang di Hangzhou in Cina e coordinatore di uno studio pubblicato sul Bmj. «Il tumore al seno è la principale causa di morte per cancro tra le donne, e in questi ultimi decenni gli studi epidemiologici hanno suggerito che una dieta e uno stile di vita sani sono fondamentali per la sua prevenzione» spiega Duo, sottolineando che i grassi alimentari sono tra i fattori dietetici più intensamente studiati in relazione al rischio di neoplasia mammaria. E tra i diversi acidi grassi gli n-3 polinsaturi, noti anche come n-3 Pufa , sono i più promettenti nell’inibire o limitare la carcinogenesi, almeno nei modelli animali. I risultati degli studi sull'uomo, invece, sono discordanti. Alcuni suggeriscono un'associazione inversa tra n-3 Pufa e rischio di cancro mammario, altri non trovano legami. Anche i trial prospettici sull’assunzione di pesce, la fonte più ricca di n-3 Pufa, indicano una relazione inversa, nulla, o addirittura positiva con il rischio di tumore al seno. Da qui l’idea dei ricercatori cinesi di riassumere con una revisione sistematica la relazione tra assunzione di pesce e di n-3 Pufa con il cancro al seno incidente sulla base di studi prospettici di coorte. «I trial selezionati da PubMed ed Embase fino a dicembre 2012 sono stati 11 sull’assunzione generica di pesce (13.323 casi di cancro al seno e 687.770 partecipanti), 17 su quella specifica di n-3 Pufa derivati dal pesce (16.178 casi di cancro al seno e 527.392 partecipanti) e 12 sull’acido alfa linolenico (14.284 casi di cancro al seno 405.592 partecipanti» dice il nutrizionista. E i dati raccolti indicano che l’assunzione di n-3 Pufa di origine ittica si associa a una riduzione del rischio di neoplasia mammaria del 14 per cento. Nessuna associazione significativa, invece, si osserva per l'assunzione di pesce o di acido alfa-linolenico. «La metanalisi fornisce solide prove che gli n-3 Pufa derivati dal pesce sono inversamente associati al rischio di cancro al seno. Viceversa, l'effetto protettivo del pesce o di singoli n-3 PUFA va approfondito con ulteriori studi prospettici» conclude Duo.

BMJ 2013;346:f3706



Nhs: tamoxifene alle donne più a rischio di cancro al seno

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Primo in Europa il Nhs britannico ha deciso per la somministrazione di farmaci oncologici in via preventiva a donne con elevato rischio di tumore mammario. Il via libera arriva dopo che il Nice ha raccomandato la terapia con tamoxifene o raloxifene per 5 anni, nelle donne sane dopo i 35 anni, a rischio moderato (pari a 1 su 6) o elevato (3 su 10), in base alla storia familiare o alla presenza dei geni Brca1 and Brca2, di tumore al seno. La terapia farmacologica può ridurre il rischio del 40% e il beneficio si mantiene anche dopo la fine del trattamento che, tuttavia, non è esente da effetti collaterali come vampate e coaguli sanguigni. Le linee guida del Nice sono vincolanti per Inghilterra e Galles, il che significa che circa 500.000 donne potrebbero avere un'alternativa alla mastectomia preventiva. Probabilmente l'esempio sarà presto seguito dall'Irlanda del nord mentre la Scozia, che già prevede il trattamento di 5 anni per le donne con 2 o più familiari che abbiano avuto un cancro al seno, ha dichiarato che autorizzerà l'offerta del tamoxifene nelle donne a rischio e offrirà il test genetico alle donne con un 10% di probabilità di essere portatrici di un gene difettoso. Il rischio di ammalarsi di tumore al seno normalmente è del 12,5% (1 su 8), raddoppia se ci sono casi in familiari prossimi (madre o sorella), aumenta ulteriormente se più membri della stessa famiglia hanno avuto un particolare tipo di cancro o se una parente si è ammalata in giovane età. I geni ereditari Brca1 e Brca2 incrementano il rischio individuale di quasi il 90%, ma la decisione finale se intraprendere la terapia spetta comunque alla donna, pesati pro e contro con il proprio medico.



Screening benefico nel cancro del colon

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Nei pazienti con tumore del colon scoperto dalla colonscopia di screening, non solo la neoplasia è in genere meno avanzata, ma ha una prognosi migliore nonostante lo stadio di presentazione. Ecco le confortanti conclusioni di uno studio svolto dai ricercatori della Divisione di chirurgia generale e gastrointestinale del Massachusetts General Hospital di Boston e pubblicata su Jama Surgery. «Fin dalla loro introduzione nel 2000, le linee guida dei National Institutes of Health sulla colonscopia di screening hanno ridotto i tassi complessivi di tumore del colon-retto negli Stati Uniti» osserva David Berger, professore associato di chirurgia alla Harvard Medical School e coordinatore dello studio. Dato che la grande maggioranza delle neoplasie colorettali derivano da adenomi generalmente asintomatici, l'endoscopia preventiva non solo rimuove precocemente le lesioni benigne prevenendo la progressione verso la malignità, ma può anche identificare tempestivamente i pazienti asintomatici con malattia in stadio iniziale, aumentando la sopravvivenza. Così i ricercatori di Boston hanno valutato l'effetto dello screening endoscopico sui pazienti con tumore del colon trattato chirurgicamente, rivedendo le differenze di stadiazione, l'intervallo libero da malattia, il rischio di recidiva e la sopravvivenza. «Abbiamo anche verificato se le diagnosi di screening avessero una prognosi migliore indipendente dallo stadio del tumore» aggiunge il chirurgo. Allo studio hanno partecipato 1.071 pazienti con cancro del colon, di cui 217 diagnosticati con lo screening. E dai dati raccolti emerge che i soggetti non sottoposti a colonscopia preventiva avevano tumori più invasivi, una maggiore diffusione linfonodale, una frequenza più alta di malattia metastatica, una mortalità più elevata, e maggiori probabilità di recidive. «In particolare, il tasso di mortalità e la durata della sopravvivenza erano migliori nei pazienti diagnosticati con lo screening» sottolinea Berger. E conclude: «La colonscopia di screening può dunque svolgere un ruolo importante nel prolungare la longevità, migliorare la qualità della vita, e ridurre i costi sanitari attraverso la diagnosi precoce».

Jama Surg. 2013:1-7



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